Un approfondimento sul Disturbo da impegno sociale disinibito

L’attaccamento rappresenta una modalità innata di ricerca di vicinanza e protezione da parte del bambino nei confronti del genitore, ricerca che ha lo scopo di favorire la sopravvivenza e soddisfare il bisogno primario di sicurezza. Esso garantisce al bambino la “base sicura” fondamentale per lo sviluppo di un adeguato senso di sé e di una capacità instaurare una relazione con le altre persone.

L’attaccamento è considerato un modello relativamente stabile di relazione e di comportamento del bambino sia nei confronti delle figure di riferimento, sia nel modo di esplorare l’ambiente circostante.

I Disturbi dell’Attaccamento si evidenziano quindi, quando vi è una difficoltà nella gestione della vicinanza con i genitori, in particolare la madre. Questi disturbi nascono all’interno di relazioni patologiche tra il genitore e il bambino, oppure quando il bambino subisce maltrattamenti o in situazioni in cui le figure di riferimento mutano di continuo.

Condizioni di trascuratezza sociale ed esperienze traumatiche che si presentano sin dai primi mesi di vita possono causare il disturbo da impegno sociale disinibito (Disinhibited Social Engagement Disorder, DSED). Contrariamente al disturbo reattivo dell’attaccamento, in questo caso i bambini manifestano una serie di comportamenti (verbali o fisici) eccessivamente familiari e senza alcun tipo di inibizione nell’approccio e nell’interazione con gli adulti sconosciuti, tanto che non mostrano alcuna reticenza ed esitazione ad allontanarsi con loro (APA, 2013).

Stiamo parlando di bambini caratterizzati da un’eccessiva emotività. Essi manifestano una marcata felicità nel momento in cui entrano in contatto con gli estranei, aspetto che, invece, può essere del tutto assente nei confronti dei “caregivers” (i genitori o le persone diverse dai genitori che hanno il compito di prendersi cura/assistere/accudire il bambino).

Nel momento in cui gli estranei però rifiutano le loro emozioni e la loro ricerca di attenzione questi bambini iniziano a manifestare elevati livelli di ansia e di frustrazione.
I comportamenti di ricerca di attenzione e contatto con gli adulti non familiari sono caratterizzati da una violazione dei confini sociali, appropriati all’età e stabiliti dalla cultura di riferimento e fanno sì che le persone intorno a loro si sentano a disagio e diventino sospettose nei loro confronti.

I comportamenti disinibiti permangono durante il periodo adolescenziale e in questa fase si rivolgono al gruppo dei pari, con il quale si instaurano ben presto delle relazioni superficiali e molto spesso caratterizzate da conflitti. Una delle caratteristiche di questi bambini è una disfunzionalità a livello relazionale, caratterizzata da mancanza di rimorso, colpa o dispiacere nel momento in cui l’altra persone viene ferita e/o delusa.

Criteri diagnostici

Tale disturbo è definito all’interno del manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM 5, APA 2013) e inserito nel capitolo dei disturbi correlati a eventi traumatici e stressanti.

I criteri diagnostici sono i seguenti:

  1. Un pattern di comportamento in cui il bambino approccia attivamente e interagisce con adulti sconosciuti e presenta almeno due dei seguenti criteri:
    1. Ridotta o assente reticenza nell’approcciare e interagire con adulti sconosciuti
    2. Comportamento verbale o fisico eccessivamente familiare
    3. Diminuito o assente controllo a distanza dei caregiver dopo che si è avventurato lontano, anche in contesti non familiari
    4. Disponibilità ad allontanarsi con un adulto sconosciuto con minima o nessuna esitazione
  2. I comportamenti descritti nel criterio A non si limitano all’impulsività, ma includono comportamento socialmente disinibito
  3. Il bambino ha vissuto un pattern estremo di cure insufficienti come evidenziato da almeno uno dei seguenti criteri:
    1. Trascuratezza o deprivazione sociale nella forma di una persistente mancanza di soddisfazione dei fondamentali bisogni emotivi di conforto, stimolazione e affetto da parte dei caregiver adulti
    2. Ripetuti cambiamenti dei caregiver primari, che limitano la possibilità di sviluppare attaccamenti stabili (per es., frequenti cambiamenti di affidatario)
    3. Allevamento in contesti insoliti che limitano gravemente la possibilità di sviluppare attaccamenti selettivi (per es., istituti con elevato numero di bambini per caregiver).
  4. Si presume che l’accudimento descritto nel criterio C sia responsabile del comportamento disturbato descritto nel criterio A
  5. Il bambino ha un età evolutiva di almeno 9 mesi

Prevalenza

Nelle popolazioni ad alto rischio (quindi in bambini altamente trascurati e dati in affidamento o cresciuti in istituti), l’incidenza del disturbo rimane comunque abbastanza bassa e si aggira attorno al 20% (APA, 2013).

Eziologia

Come per i bambini con il DRA, il disturbo insorge a causa di un ambiente caratterizzato da trascuratezza sociale, dall’impossibilità di sviluppare una relazione di attaccamento con il caregiver (p.e., per i frequenti cambiamenti dei caregivers affidatari), da abusi precoci, ecc. (Sperry et al., 2015).

Il DSED è il risultato di caregiver primari incoerenti o assenti nei primi anni dell’infanzia. Bambini istituzionalizzati possono ricevere cure incoerenti o rimanere isolati durante il ricovero. Problemi genitoriali come problemi di salute mentale, depressione, disturbo della personalità, assenza, povertà, genitori adolescenti o abuso di sostanze interferiscono con l’attaccamento. Il DSED può avere anche sporadicamente una causa biologica (ad esempio, nella sindrome di Williams).

Il comportamento disinibito si instaura perché i bambini, nel ricercare il soddisfacimento dei propri bisogni emotivi (conforto, affetto, ecc.) e maggiori livelli di sicurezza, iniziano a rispondere all’ambiente (in cui manca incoraggiamento e interesse nei loro confronti) con un approccio “attivo”. Quindi, dal momento che i caregivers non soddisfano i loro bisogni e non li proteggono, iniziano a cercare, con una modalità amicale ed eccessivamente familiare, altri che possano farlo.

Conseguenze

Il DSED può causare sintomi comunemente associati al disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e può essere associato a disabilità intellettiva, disturbi del linguaggio e della comunicazione.

Studi longitudinali hanno mostrato che i sintomi del DSED decrescono con il tempo, specialmente se i bambini vengono rimossi dalla condizione di deprivazione (Guyon-Harris et al., 2019).

I bambini e gli adolescenti con DSED non riconoscendo confini sociali e mettono in atto comportamenti in maniera indiscriminata, quindi sono chiaramente a più alto rischio rispetto ai coetanei e, poiché sono più vulnerabili, risultano più esposti ad eventuali abusi futuri. Spesso la sintomatologia risulta complessa e con altri disturbi in comorbilità, per cui può anche risultare più difficile e impegnativo prendersi cura di loro in maniera adeguata (Minnis, 2018).

Trattamento

Per trattare questi sintomi si raccomandano interventi di psicoterapia, interventi basati sulla Mindfulness e rivolti sia ai bambini che ai caregivers.Tali interventi sono mirati ad aiutare il bambino a sentirsi al sicuro e supportato nell’ambiente che lo circonda e volti al miglioramento delle relazioni con gli altri.


Bibliografia:

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders: DSM-5. Washington, D.C.: American Psychiatric Association.
  • Guyon-Harris K.L., Humphreys K.L., Miron D., et al. (2019). Disinhibited Social Engagement Disorder in Early Childhood Predicts Reduced Competence in Early Adolescence. J Abnorm Child Psychol, 47: 1735-1745.
  • Lawler J.M., Koss K.J., Doyle C.M., et al. (2016). The course of early disinhibited social engagement among post-institutionalized adopted children. J Child Psychol Psychiatr., 57(10): 1126-1134.
  • Minnis H. (2018). What Happens to Disinhibited Social Engagement Disorder Over Time? Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 57(5): 304-305.
  • Sperry, L., Carlson, J., Sauerheber, J.D. & Sperry, J. (2015). Psychopathology and Psychotherapy: DSM-5 Diagnosis, Case Conceptualization and treatment. Third edition. New York: Taylor & Francis.

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